LA STRAGE DI PIZZOLUNGO

La strage di Pizzolungo è una ferita ancora aperta per la Sicilia, una strage che porta la firma della mafia. Il 2 aprile del 1985 era una mattina come tante per la famiglia Ast

a, ma che in pochi minuti si trasforma in una mattina orribile che lascerà per sempre un segno indelebile nella vita di tutti i Siciliani ma soprattutto nella vita di una ragazza che in quella mattina perse tutto.

Quella ragazza, ora una donna: Margherita.

Quella mattina la mamma, Barbara Rizzo, come tutte le mattine stava accompagnando i suoi figli a scuola, ma il destino ha voluto che la sua strada si incrociasse  con quella di un magistrato, Carlo Palermo, a cui era destinata un’autobomba sulla strada verso Trapani; una bomba che invece di colpire il giudice deflagrò la famiglia Asta.  Quell’ordigno, per una sfortunata coincidenza, distrusse una famiglia innocente mentre l’auto del magistrato sorpassava quella di Giuseppe, Salvatore e Barbara. Il giudice è rimasto miracolosamente illeso ma ha condannato delle persone incolpevoli: dei loro corpi non è rimasto quasi nulla, solo dei brandelli lungo la strada, i palazzi, una scarpa e un libro di scuola. Un sussidiario intitolato emblematicamente: “Un libro per crescere”. Questo, invece, è stato il futuro di questi bambini e della loro mamma. Quella strage non ha colpito fisicamente Margherita, l’unica rimasta in vita –  il padre morirà qualche tempo dopo colpito da un infarto –  ma l’ha costretta a crescere  in fretta e, soprattutto, senza una famiglia che però grazie a lei è ancora viva nel ricordo delle persone che vogliono ricordare ciò che è accaduto allora.  In un’Italia, in una Sicilia, dove si cercava e si cerca tutt’ora di nascondere affari illeciti, è un imperativo categorico fare memoria.

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